Ti diciamo grazie perché in dieci anni di impegno quotidiano in associazione, in ogni tua parola e in ogni tua battaglia, non hai mai permesso che si versasse una sola goccia di pietismo o di quel finto eroismo che tanto detestavi. Tu non ci hai chiesto di commuoverci per te; ci hai chiesto di crescere con te. Le tue idee, le tue azioni e i tuoi pensieri, così lucidi, così nobili, hanno seminato più consapevolezza di mille convegni.
Penso a tutte le persone che sono entrate in Anmic col cuore spezzato da una diagnosi, smarrite nel labirinto di una malattia degenerativa. Ti hanno incontrato e, magicamente, hanno ritrovato il sorriso. Hai restituito loro l’autostima e la voglia di rivedere la propria vita con le lenti dell’ottimismo.
Eri tu che, con quel tuo piglio pratico e rivoluzionario, dicevi a chiunque: “Guarda che la carrozzina non è una prigione. È uno strumento di libertà. È la tua alleata. Senza, resti a guardare la vita dalla finestra; con lei, torni a viverci in mezzo. L’unico vero nemico non è la tua condizione, ma quel gradino là fuori. E un gradino può essere ovunque, perché è anche l’indifferenza della gente”.
C’è un passaggio, del tuo sentire, che molti portano nel cuore e che oggi voglio donare a tutti, perché è la sintesi perfetta del tuo spirito:
“La disabilità si affronta e basta – amavi dire -. Si combatte senza perdere, mai. Si vince con la medicina, con la domotica, con la conoscenza delle leggi e con la forza delle idee. Qualcuno si affida alla fede. Ma, per favore, non chiamateci eroi. Non chiamateci guerrieri. Non c’è nulla di epico nel dover lottare contro una burocrazia che rasenta il ridicolo. La mia vita è un dialogo muto con la disabilità, un gioco mentale tra me e lei. Ma ogni volta che esco di casa, ogni volta che supero una barriera architettonica grazie a una rampa, ci sono solo io. E in quel momento, la disabilità scompare.”
Umbe, sei stato un vicepresidente leale e un uomo meraviglioso. Possedevi quel dono raro che è l’ironia mescolata alla serietà più assoluta. Sapevi quando era il tempo di ridere e quando era il momento di farsi leone per i diritti degli altri. Non ti ho mai visto chiedere un privilegio per te, ma ti ho visto dare l’anima per chi non aveva voce.
Negli ultimi mesi, nonostante la fragilità aumentasse, la tua presenza in associazione si era fatta sorprendentemente più intensa. Come se sentissi il bisogno di lasciarci un ultimo regalo. Solo una settimana fa tenevi tra le mani le bozze del tuo libro. Ne eri orgoglioso, e avevi ragione: quel volume è il tuo testamento morale, la tua ultima fatica dedicata agli altri, il seme che continuerà a germogliare anche ora che non ci sei più.
Ci hai insegnato che la vera libertà non è non pagare un biglietto, ma avere il diritto di pagarlo come tutti gli altri, perché significa poter entrare ovunque. “Non lottiamo per entrare gratis, lottiamo per entrare dappertutto. Fateci andare in curva nord o fateci visitare un museo per intero e il biglietto lo paghiamo volentieri”, dicevi sempre.
Una lezione di civiltà che porteremo avanti.
La vita non ti ha fatto sconti, caro Umbe. Ma tu, orgoglioso e fiero, non ne hai mai chiesti. Ti sei appoggiato solo sulla roccia delle tue convinzioni, della tua cultura e della tua immensa dignità.
Voglio immaginarti adesso, finalmente libero da ogni barriera. Voglio immaginare che in Paradiso non ci siano gradini all’ingresso. Se dovessero esserci, non vorrei essere nei panni degli angeli: so già che non gliela faresti passare liscia.
O magari ti avranno semplicemente messo le ali.
Grazie, Umbe. Grazie di averci reso persone migliori.
Ci mancherai ogni singolo giorno.

Walter Antonini, presidente Anmic Parma